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Labores

 

   

Michele Gammieri. L’opera in gioco.

di Tommaso Evangelista

   
Dicembre 2013

L’opera di Michele Gammieri può essere sintetizzata, nella sua totalità, vedendola come un unico cammino di ricerca sul mezzo pittorico e sui contenuti, ovvero sull’evento inteso come momento auratico di fissazione dell’immagine. E’ un lavoro solo apparentemente di facile lettura, debitore ora ad alcune correnti dell’astrattismo ora alla metafisica ora a talune declinazioni della grafica digitale, in quanto la componente estetica nasce dall’esperienza (e viceversa) per cui l’immagine rifiuta il ruolo indicativo della forma semplice per assumere valenze complesse e stratificate. La componente “percettiva” e “sensibile”, comprensiva dei suoi vari aspetti emotivi e affettivi (ma anche etici e politici), viene a legarsi in maniera determinante e caratterizzante con la fantasia simbolica producendo una complessità nuova, al tempo stesso accessibile e celata. Si percepisce che ogni sua ricerca, che si pone sempre come differente discorso sulla struttura e/o sulla rappresentazione, sia una tappa transitoria e incerta di un percorso lungo e faticoso, uno scavo intimo che considera l’esperienza “di immagini” come l’unica capace di mostrare e razionalizzare il senso. Poiché, alla fine, tutto ritorna al concetto di immagine come la sola esperienza estetica praticabile: «In quanto manifestazione e non copia le opere d’arte sono immagini» rifletteva Adorno. Il tentativo di Gammieri è quello di ricercare un’origine, le cause prime scatenanti di una determinata impressione, ma di non rimanere inerme a riflettere e usurare l’intuizione banalizzandola nella ripetitività. Ogni serie appare incompleta proprio per questa inadeguatezza della visione che è capace di intuire ma mai di perfezionare ed allora procede per tentativi che sembrano più delle azioni terapeutiche che degli sforzi di comprensione. Il lavoro ora sull’astratto ora sull’immagine fotografica rifiuta sempre e comunque una verità retinica per trasmettere, trasfigurata, l’ipotesi dell’artista capace di leggere la realtà in modo incerto, ovvero generare delle immagini ambigue, ipotetiche, sospese che parlano per forza del simbolo anche quando il simbolo ci appare celato. Questo discorso su una visione interiore e un’apertura difforme all’emblema, come segno di riconoscimento di sé, appartiene ad una dimensione profonda e sfuggente della conoscenza dove, in mancanza di un rigido controllo sull’emotività, è possibile il rischio di uno scavo univoco nella componente allegorica. E’ in fondo ciò che è successo nel Novecento in tutta una serie di avanguardie quando, aprendo le porte allo “spirituale”, si è assegnata alla percezione mistica e iniziatica un ruolo più importante del lavoro sui fondamenti di una pratica artistica intesa come scienza dotata di regole, canoni e Trascendentali. La tradizione alchemica allora, percepita come intuizione metafisica, si è sostituita alla tradizione accademica giungendo alla conclusione che la nostra realtà non è altro che la nostra idea della realtà. In tale sistema ogni azione non parte da norme ma è un continuo cercare e trasmutare fino al raggiungimento di una conoscenza esoterica filtrata attraverso l’estetica “particolare” che si è conferita all’opera. L’obiettivo principale della ricerca, allora, è la ricerca stessa che risulta incompleta e frammentaria proprio perché apparenza ed espressione, troppo attratta dall’irrazionalità dei miti.
Questi poche e inadeguate riflessioni servono, forse più al critico che al lettore, per porre alcuni paletti dove poter collocare l’opera di Gammieri, ovvero nel più ampio panorama di una pratica artistica che sempre più spesso si appella all’orizzonte alchemico come luogo risolutore della crisi creativa. E’ di certo un orizzonte metastorico da non prendere però come un blocco unico e monolitico poiché le sfumature che vi si possono ritrovare sono disparate. L’artista, per esempio, non considera la ricerca alchemica come pratica veritativa e di ascesi ma come semplice impressione e intuizione che si lega tanto alla pratica paranoico-critica surrealista quanto a una visione quasi ludica del reale. Trovare un archetipo, alterarlo nella sua natura di oggetto, decontestualizzandolo, rielaborarlo in chiave onirica personale. Scegliendo tale strada le modalità di espressione allora sono molteplici e tutte valide, e spaziano dalla veduta en plain air alla rielaborazione digitale, dalla pratica astratta all’intuizione metafisica fino alla ridefinizione emblematica. I percorsi sono diversificati. Partendo dai lavori degli ultimi anni, dal 2004, notiamo la serie dei “Paesi” e degli “Orizzonti”, interessanti intuizioni spaziali sul limite dell’incorporeo basate su minimi e sentimentali accenti di colore, o quella dei “Ritratti”, immediate istantanee di gesti ed espressioni. Se la serie delle “Nuvole” fissa, con rara sintesi cromatica, l’immaterialità delle sagome facendole divenire espressioni tangibili e concrete di stati d’animo, quella dedicata a “I Mari” è una variazione infinita sul tema dell’orizzontalità del paesaggio marino dove una sola linea, mentale, è capace di dividere l’aria dall’acqua; anche in questo caso un’attenta ricerca sugli effetti atmosferici permette dilatati accordi di colore. Se “La Luna”  analizza la possibilità luministica dell’astro in relazione allo spazio, con relativo riflettere sugli effetti vitali dei riverberi, la serie sugli “Universi”, che appare come la più sorprendente, nasce da precise letture sulla concezione odierna dello spazio cosmico. In questo caso l’artista sperimenta il colore come fosse materia di creazione, manipolando attraverso la linea e le sfumature uno spazio fluido e in divenire, come fosse un mare celeste. Luminescenze e flussi di materia vengono condensati e mostrati come tracce in divenire, graficamente impostate su un astrattismo lirico che diventa esperienza dei sensi in assenza di possibilità realistica di fissazione. La concretezza segnica degli oggetti ritorna con le “Nature (ancora) vive” dove la ricerca sugli oggetti diventa gioco esperienziale (come era per Morandi) mentre una pennellata nervosa e antigraziosa, e una tavolozza quasi spenta, ricordano certe intuizioni di De Pisis. Still life, appunto, vita silenziosa. Anche in tal caso, come in molte altre ricerche, le opere vanno viste e vissute non singolarmente ma in rigorosa serie cronologica poiché solo percependo l’evoluzione tecnica e tematica interna si distingue il percorso dell’autore capace di evolvere da forme concrete a intuizioni sul limite dell’astrattismo simbolico. Le ultime opere, infatti, ci portano direttamente a “Saviniana”. Siamo arrivati così al 2011 e l’artista, ispirato dai lavori di Alberto Savinio, ricerca un paesaggio plastico e selvaggio e tenta di dare forme concrete al proprio mondo poetico attraverso l’accumulo di oggetti significanti, segni minimi e silenziosi di una vita di immagini e sistemi. L’euristica di Gammieri sta dunque nell’uso “mutante” del segno linguistico e visivo che gioca con la metamorfosi delle immagini e l’idea di una ricerca interna nel tentativo di scoprire leggi e sistemi. Del resto lo riferisce lo stesso Savinio: «da che l’uomo ha un rapporto con tutte le cose del mondo, occorre che tutte le cose siano già presenti in qualche modo in lui». Questa sorta di animismo, al di là degli esiti più prettamente surrealisti, si lega alla metafisica e alla “simbolica” universale in quanto scoprire una cosa significa intuirla nel suo significato più profondo. L’artista lo fa attraverso un’idiosincratica iconografia fantastica che mutua dall’inconscio superficiale ma anche da uno scavo molto più meditato e intimo. Tale scavo, improvvisamente, può far emergere dei segni che indirizzano verso altri traguardi. Proprio nel corso della serie “Saviniana”, nell’apparente accumulo casuale e caotico di oggetti, emerge una figura enigmatica e sapienziale, una sorta di re coronato, una cariatide regale che acquista man mano corpo e sistema influenzando, quindi, anche la percezione degli altri elementi che vengono a legarsi fortemente alla sua figura. Il personaggio in questione, emerso in maniera quasi automatica, è così alla base dell’ultima serie di Gammieri “Re e Regina” che lo stesso artista individua come un punto di arrivo della sua lunga ricerca pittorica. Ritorna tutta la pregnanza del simbolo, l’immedesimazione con la pratica alchemica però è vissuta esclusivamente come intuizione emotiva; non c’è un adeguamento del pittore all’esoterismo celato dell’opus, né il tentativo di perseguire un cammino di purificazione; c’è solamente l’intuizione e la deflagrazione del colore che trasfigura lo spazio pittorico in un sistema “aperto” attraverso il quale emerge il racconto. Tale racconto mutua forme e schemi dalle precedenti serie mentre rinnova il proprio percorso in virtù della relazione che si instaura tra lo sfondo e le figure in primo piano. Mentre lo scenario si altera, ora stabile e regolarizzato, ora percorso da fremiti interni, il Re e la Regina in primo piano, chiari ed enigmatici nei loro contorni quasi fumettati e dall’indubbia forza grafica, vivono un cambiamento di emozioni e atteggiamenti che l’artista accosta alle varie fasi del processo alchemico. All’inizio dormienti e felici, una volta destati dal sogno si abbandonano al colore seguendo il suo mutare; percorrono quindi la strada della visione passando attraverso l’oscurità, e una fase violenta e caotica, per approdare ad un legame più consapevole e quasi infantile. Il percorso-racconto, da leggersi anche in tal caso in divenire, è solo uno degli aspetti della serie, forse quello maggiormente legato all’artista e per questo più intimo e celato, mentre interessante emerge la cifra stilistica adottata che sceglie una fredda e tesa linea di contorno capace di dar consistenza, ma soprattutto emozioni, alle due figure principali nobilitate e trasfigurate poi da un piano pittorico estremamente vario e dinamico, come una sorta di rumore di fondo che conferisce vibrazione all’intera tela. L’esperienza della forma ha un contenuto di verità personale da manifestare, ma questo viene a consistere più in una “liberazione di forze” che in un significato esplicito; ciò comporta che l’esperienza di tali manifestazioni diventi una vera e propria esperienza enigmatica. L’immagine come enigma, appunto, che solo il gioco riesce a portare sul piano della visione poetica. Senza prendersi troppo sul serio.


Tommaso Evangelista