Angoli

Gli Angoli:

    casa
Più che le regole, una storia.

 

Dopo tre anni di paesaggi en plein air realizzati nel territorio molisano (castelli, orizzonti, paesi), le tematiche facili a disposizione sembravano esaurite. Andava profilandosene in tal modo una, per così dire, di “riflusso”, un ripiegamento, insomma, su emergenze più personali, meno aperte o pubbliche.


Così è emerso il tema degli Angoli, intesi in tutte le loro accezioni, innanzitutto, e ovviamente, figurate.
La prima immagine è stata quella del luogo appartato, dello spigolo nascosto, in cui per caso o volontà, si è andati a capitare. Spiegavo ad un amico che la mia nuova ricerca, evidentemente originata da risonanze malinconiche e personalissime, si profilava come un togliere il freno a mano in discesa e lasciarsi andare in un burrone,

 

nel tentativo di carpire, con un gesto di abbandono incosciente, il segreto di una via di fuga, la strada per una nuova dimensione, che pareva irraggiungibile altrimenti. Ma la strada, invece di precipitare, scivolava per una impercettibile discesa che, infine, si fermava in un piano lasciandoci, me e il mio studio-automobile, in un luogo sconosciuto. Lì, ovunque ci si fosse trovati, trovare necessariamente qualcosa, in un angolo, da guardare e dipingere.

 

 

 

Immaginavo gli anfratti dei boschi, delle strade rotte, dei luoghi naturali. Cose piccole, senza cielo, primi piani di fiori, arbusti, pietre, tronchi d’albero.


 

 

 

 

 

 

 

 

Ci fu, invece, la fulminea parentesi toscana (Tuscan Castles) con tutto l’armamentario di approcci e relazioni umane che aveva implicato il dipingere castelli ancora abitati in un territorio completamente sconosciuto.


Al ritorno, con l’esigenza primaria ancora urgente, cioè quella di trovare un motivo per dipingere (e dare un senso) al resto dell’estate in Molise, tornai agli angoli. Mi lanciai per contrade sconosciute e rapidamente mi accorsi che l’idea iniziale, quella cioè di confrontarmi con piccoli estratti di natura riposta, era ben più difficile del previsto, con tutte le implicazioni che il perdersi (nel burrone) in solitudine comportava, soprattutto dopo lo slancio relazionale e comunicativo che i castelli toscani avevano richiesto.

 

 

 

Così, dopo un iniziale girovagare, la prima volta mi arenai dappresso un manufatto, quasi una nostalgia di quelle mura vetuste tuscaniche, ma più in piccolo: solo una catasta di legna e un bidone. Andavo interrogandomi: quella era una natura morta ai bordi di una strada di campagna…; la seconda volta dipinsi una casa diroccata e un cumulo di pietre ordinate, dove il cielo – con tutto il paesaggio – sembrava quasi essere risucchiato dalla sua stessa implosione; la terza, finalmente, giunsi a una cuccia di cane, una piccola vite e una ciotola. Avevo capito! L’angolo che cercavo non era nell’anfratto più oscuro di una selva, ma lì, in piena luce e a portata di mano, vicino a una qualsiasi casa di campagna, tra le tante composizioni involontarie che spesso si creano negli angoli dei cortili.

Il passaggio successivo fu di capire che anche per questa serie, come per quella dei castelli in Toscana, sarebbero state necessarie le relazioni umane. Mi accingevo insomma a chiedere, per ogni quadro che avrei dovuto dipingere, ospitalità a qualcuno nei pressi della loro casa, in giardino, come un pellegrino che si fermi a chiedere una visione invece che un sorso d’acqua e un tozzo di pane.

 

 

 

 

 

 

 

Sarei andato a cercare tra le mura inviolabili della casa e lo sconfinato territorio estraneo circostante, in quello spazio “cuscinetto” (l’aia, il cortile) che circonda ogni abitazione di campagna, dove si innalzano barriere più o meno piccole di difesa e protezione, accumuli involontari di memoria, feticci dissuasivi o propiziatori, tracce dei giorni passati, appunti per i progetti futuri.

 

 

Dalle piccole discariche ai materiali edili in attesa di essere utilizzati, dalle improbabili decorazioni agli attrezzi dismessi, dalle cancellate rabberciate dei pollai ai vasi (rotti?!) dei fiori. Avrei dovuto rovistare, discretamente e con permesso, tra i gesti inconsulti, tra le storie rimaste in sospeso, tra quelle dimenticate o volontariamente sepolte.

Anche un’altra problematica si evidenziava man mano: perché quel mucchio di legna e non quella pila di calcinacci? Perché quella porta e non quel cancelletto? Con la soluzione anche il problema: la richiesta di essere ospite non sarebbe stata sempre accettata, non tutti avrebbero capito o voluto essere per così dire “spiati” nelle misere cose. E infatti, finiti gli amici che vivono nei campi ameni, esaurite le rarissime case abbandonate ancora disseminate di ricordi, la ricerca si fece difficile e poi troppo ardua.
Era necessario, insomma, che le misere cose fossero come donate, esposte con tenerezza e decenza, altrimenti non ci sarebbe stato nulla da vedere: solo disordine e sciattezza. E indiscrezione da parte mia.

 


Era indispensabile la mediazione dell’affetto, di una ospitalità quanto più consapevole, per trovare comunque un angolo da illuminare.

 

 

 

 

 

 

Era dunque questa la via traversa da percorrere? Questa la via di fuga tanto agognata, la porta per una realtà differente ricercata in principio? Affrontare le relazioni con gli altri cercando di porre una attenzione quasi spasmodica ai dettagli apparentemente inutili, alle esigenze più intime, alle vibrazioni più sottili?

 

 

 

 

Emergeva, infine, con tutta evidenza in questa occasione, il tema fondamentale di questi anni insulsi, quello della memoria, l’ossessione perenne degli esseri umani a cui le arti nel bene, e le false storie dei media nel male, cercano di porre rimedio.

 

 

 

 

 

Gli angoli tramandano, se possibile ancora una volta, in quale modo e con quali pensieri anche noi, con la mediazione della bellezza (e di quell’affetto consapevole), abbiamo cercato di non dimenticare l’opera che invece sempre dilegua: la vita, la vita che fugge.